Celiachia: quali sono gli esami per diagnosticarla

di isayblog4 Commenta

celiaciVerona e Ancona sono attualmente interessate a un progetto di monitoraggio della celiachia nei bambini in età scolare; il progetto è coordinato dal professor Carlo Catassi dell’Università delle Marche e finanziato da CariVerona. Dagli esami a cui sono stati sottoposti 4.647 bambini è emerso che il numero di pazienti celiaci è in aumento rispetto agli anni ‘90. I dati raccolti sono ancora provvisori, tuttavia al momento la percentuale di incidenza della malattia è passata dallo 0,38% all’1,6%.

I principali problemi che rendono la diagnosi di questa patologia molto difficile sono, da un lato la sua frequente asintomatologia, dall’altro il fatto che, in presenza di sintomi, si può confondere facilmente con altre malattie come il morbo di Crohn o la sindrome del colon irritabile.

I bambini e gli adulti veronesi che non fanno parte del progetto di screening appena citato, qualora pensino di soffrire di celiachia, ma non sono sicuri che i loro problemi a livello addominale e gastrointestinale siano da ricondursi a questa malattia, possono rivolgersi tranquillamente a un centro diagnostico a Verona ed effettuare degli esami di controllo.

Un esame fondamentale consiste nella misurazione della quantità ematica di alcuni anticorpi o autoanticorpi specifici come AGA (antigliadina), tTGA (transglutaminasi anti-tissutale) e EMA (anti-endomisio). Quando questi anticorpi superano i normali livelli di presenza significa che il paziente è quasi certamente celiaco e necessita di ulteriori esami di accertamento.

L’analisi che non dà spazio a errori e incertezze diagnostiche è invece la biopsia duodenale. Trattandosi di un esame invasivo, viene eseguito soltanto quando tutti i test precedenti sono risultati positivi. Per effettuare l’esame viene prelevato un campione di mucosa intestinale per analizzarla in laboratorio; se la mucosa risulta alterata e presenta un appiattimento dei villi significa che il paziente è celiaco.

Meno efficace dal punto di vista della diagnosi è invece l’esame delle feci, che però può essere comunque utilizzato per verificare la presenza di un PH acido o di un’eccessiva quantità di grassi. In fase di screening si può ricorrere anche al Breath Test al sorbitolo. Al paziente vengono somministrati 5 grammi di sorbitolo, dopodiché, a intervalli regolari, viene misurata la concentrazione di idrogeno presente nell’aria da lui espirata. Se questa continua ad aumentare significa che si è in presenza di un malassorbimento da parte dell’intestino ed è dunque necessario effettuare delle indagini più precise.

Articolo scritto in collaborazione con Clinica San Francesco