Morbillo e rosolia preoccupano dopo il calo delle vaccinazioni

di Pina Commenta

L’avversione per i vaccini sta spopolando e molti ritengono che questa moda non sia affatto una tutela per la salute delle persone. Non è un caso che si torni a parlare di allarme per morbillo e rosolia

Come si legge in una nota di approfondimento riportata dall’Adnkronos, se si osservano le coperture vaccinali a 24 mesi dal 2000, si nota che dopo un andamento in crescita, queste si sono tendenzialmente stabilizzate. Le vaccinazioni incluse nell’esavalente (anti-difterica, anti-tetanica, anti-pertossica, anti-polio, anti-Hib e anti-epatite B), generalmente impiegato in Italia nei neonati per il ciclo di base, avevano superato il 95%, soglia raccomandata dall’OMS per la cosiddetta immunità di popolazione. Così scrive l’Adnkronos che rimarca un calo progressivo delle vaccinazioni dal 2013 ad oggi “con il rischio di focolai epidemici di grosse dimensioni per malattie attualmente sotto controllo, e addirittura la ricomparsa di malattie non più circolanti nel nostro Paese”.

Le malattie che preoccupano in particolar modo sono il morbillo e la rosolia che hanno perso 5 punti percentuali passando in due anni dal 90,4% all’85,3%, incrinando anche la credibilità internazionale del nostro Paese. L’Italia rischia infatti di far fallire il presupposto stabilito dall’OMS, necessario per dichiarare l’eliminazione di una malattia infettiva da una regione e poi da tutti i paesi. Questa la rivelazione del Ministero della Salute

“L’effettuazione delle vaccinazioni in ritardo, espone questi bambini a un inutile rischio di malattie infettive che possono essere anche gravi”. La riduzione delle coperture vaccinali comporterà un accumulo di bimbi suscettibili cosa che, “per malattie ancore endemiche (come morbillo, rosolia e pertosse), rappresenta un rischio concreto di estesi focolai epidemici, come già accaduto in passato; per malattie non presenti in Italia, ma potenzialmente introducibili, come polio e difterite, aumenta il rischio di casi sporadici autoctoni, in caso di importazioni di malati o portatori”, rileva il ministero della Salute.